"scarta la tua memoria, scarta il tempo futuro del tuo desiderio; dimenticati entrambi, in modo da lasciare spazio ad una nuova idea. Forse sta fluttuando nella stanza in cerca di dimora, un pensiero, un'idea che nessuno reclama..." Bion

Il bambino diversamente abile:la diagnosi

Nel post precedente abbiamo capito che la nascita arriva prima del parto, il bambino ideale ( fatto di tutte le nostre aspettative e fantasie), nasce prima di quello realte. Ma cosa succede a questo sistema di aspettative quando viene diagnosticato il deficit durante o dopo la gravidanza? Come si ricompone quest'ultimo attorno alla certezza di avere un figlio diversamente abile?
La madre ed il  padre in primis, ma attorno a loro tutto il nucleo famigliare, vanno incontro ad un processo di "riadattamento" dal figlio fantasticato a quello reale. Anche nei casi di deficit acquisito dopo la nascita (malattie genetiche, eventi traumatici)  la coppia genitoriale si trova a dover accettare un figlio diverso da quello sognato.
Quando la notizia del non avere un figlio "sano", viene data ai genitori, ognuno reagisce in modo diverso;  con gli strumenti che possiede, e con le proprie storie generazionali di attaccamento (Bowlby, 1988). Faccio un esempio: se la madre ha avuto un’infanzia in cui ha sviluppato un positivo attaccamento ai  propri genitori, si sentirà molto più sicura sul piano identitario nonostante la tragicità dell’evento; se, al contrario, la sua storia evidenzia un attaccamento debole, è molto probabile che l’handicap del figlio assuma ai suoi occhi la conferma della sua incapacità materna, con tutto ciò che ne consegue (fuga o simbiosi). Quando una madre ha notizia del deficit del figlio, generalmente percepisce dentro di sè la morte del "bambino ideale e sognato"; i vissuti oscillano tra il senso di colpa, il risentimento, il rifiuto e la frustrazione.  Proprio in questa fase di adattamento tra madre e figlio si struttura l’imprinting relazionale sul soggetto per tutta la vita. Le reazioni della madre (e del padre in seguito) possono riguardare il rifiuto del figlio, visto come negazione di se stessi, oppure un’iperprotezione al limite della simbiosi morbosa.  
Il rapporto può evolversi verso una negazione emozionale o può mostrare atteggiamenti di accettazione, più o meno passivi. Resta quindi la crisi d' identità della madre di fronte all’evento inatteso e da ciò nascono adattamenti col bambino che inducono spesso atteggiamenti di dedizione totale ed assoluta, creandosi così le basi per una simbiosi forte ed eterna, sicuramente deleteria per il futuro del figlio.

Il bambino diversamente abile: quando nasce

Quando nasce  un bambino? 
Viene immediato pensare che la risposta sia :  quando viene partorito, non è così. Il bambino nasce nella mente della madre, è una nascita soggettiva, a seconda della donna, possono esserci pensieri su come sarà il proprio figlio, quando viene a sapere di essere in stato interessante, oppure ancora prima,  quando con il partner fantastica una famiglia con tanti figli, parla di come saranno, che lavoro faranno, che carattere avranno ecc. Il bambino pian piano assume un volto ( gli occhi della mamma, le labbra del papà , i capelli del nonno ecc), e personifica i sogni e le speranze dei genitori. La nascita stessa è inoltre sia un modo per completare l’identità materna, sia una proiezione del senso stesso della vita di coppia. La nascita è anche  un’attesa sociale, in primis  per la famiglia d' origine (genitori, nonni, zii ecc), poi per lo Stato, che predispone attorno al nascituro un percorso fatto di diritti e doveri.  Il mettere al mondo una nuova vita non è solo un fatto personale , ha pertanto una valenza socio-giuridica, in quanto  vanno a definirsi vincoli ed obblighi, da quello della successione a quello dell’onere solidaristico intra-familiare. 
Quindi il bambino "nasce " prima del parto. 
A breve affronterò l'argomento  legato alla scoperta di essere in attesa di un bambino diversamente abile.

Il bambino diversamente abile : modellamento

Vorrei porre l'attenzione su un argomento che da sempre mi sta  a cuore, il bambino diversamente abile. Molti anni fa, ho avuto la fortuna di iniziare a conoscere il mondo dei diversamente abili, nello specifico allenavo e alleno tutt'ora assieme ad un fantastico gruppo di altri volontari, dei ragazzi con vari problemi psichici, per un progetto del distretto di Vicenza ( gruppo scheggia).
Ci relazioniamo attraverso lo sport, corriamo insieme, ridiamo, ci facciamo gli scherzi, giochiamo le partite, perdiamo e vinciamo, alcuni di loro fanno fatica a parlare, ma il linguaggio comune è quello non verbale, i sorrisi, lanciarsi la palla, battersi la spalla, noi comunichiamo così.
Lo sport, che bella invenzione, non ci sono limiti insuperabili,  ogni cosa è possibile quando ci si trova tutti insieme attorno ad un canestro con la palla in mano.
L'esercizio fisico aiuta come ho detto ad annullare le diversità, che però ci sono, restano, non si nascondono, anzi, si vedono per poter trovare un modo particolare per noi educatori di spiegare e farci capire, poter insegnare, senza voti o giudizi, solo il piacere nel vedere che alla fine i ragazzi riescono a fare un palleggio, un canestro o un goal!
Le  aspettative  di noi  educatori su di loro li motivano,  si rispecchiano nei nostri sguardi fiduciosi, grazie agli incoraggiamenti "crescono sentendosi normali".
Si modellano con noi. La modellazione sul contesto è pertanto una delle normali modalità di crescita, anche e specialmente nella famiglia, in cui il bambino nasce e si struttura la sua personalità. Parlare quindi di handicap e di personalità non è sbagliato, in quanto la seconda va ad essere caratterizzata dai
significati “modellati” dal primo. La personalità  è il frutto di relazioni che si instaurano con
gli altri, dell’immagine che ognuno ha di sè, come conseguenza dell’immagine che  per prima la madre e successivamente gli altri ci rimandano.
Il binomio soggetto-contesto è fondamentale nella costruzione della personalità, anche e specialmente nel caso dei portatori di handicap. Così come per un bambino “normodotato” s' instaurano delle aspettative e dei modellamenti all'interno della famiglia e dell'ambiente circostante, anche per il bambino diversamente abile si creano delle attese, con la differenza che queste ultime sono spesso negative, a causa del deficit.
Ogni soggetto per sopravvivere è costretto a strutturare se stesso secondo il modello che il contesto
primario (la famiglia) gli rimanda, parliamo quindi di “profezia” per indicare il percorso di crescita
della personalità dovuta al rimando - positivo o negativo che sia - della famiglia sul bambino. In
particolare, il bambino diversamente abile il più delle volte è costretto a strutturare se stesso su “profezie negative”, perchè negativi sono sia gli esiti derivanti dal deficit, sia la reazione dei genitori all’evento; egli struttura quindi la propria personalità in questo modo perchè gli altri lo confermano di continuo
come “eterno svantaggiato”.
Durante lo sviluppo evolutivo questi  bambini tenderanno ad identificarsi con l’immagine di chi non può fare, si consolida a questo punto la famosa “profezia autoavverante” che conduce ad un circolo vizioso di adattamento passivo all'ambiente e di un contesto che rimanda un’immagine negativa, inducendo passività.
Nel prossimo post affronterò le aspettative legate alla nascita di un figlio e la reazione alla scoperta della disabilità.

Diffamazione?!!!!

Oggi sono pensierosa, mi chiedo e vi chiedo cosa spinga la mente umana a diffamare gli altri?
La questione è proprio, perchè le persone si inventano cose brutte e false su altri? Sono giunta alla conclusione che quando una persona si sente in difetto, si rende conto che è nel torto e non sa come uscirne....DIFFAMA.
Chiedo nuovamente aiuto a Wikipedia per chiarire il concetto di Diffamazione:
in diritto  italiano, è il delitto previsto dall'art. 595 del  Codice penale secondo cui:
Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.
Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.
Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.
Mi chiedo.... ma veramente ci sono persone che si sentono tanto potenti da permettersi di gettare fango su altri?
Allora è proprio vero, il mondo va alla rovescia! Faccio un esempio, un lavoratore che comunica al proprio datore di lavoro che è in atto una situazione non chiara, che magari coinvolge dei minori ( non in grado di difendersi), invece di sentirsi tutelato, si ritrova lui stesso vittima su due fronti: mobbing e diffamazione.
Allora mi ripeto....il mondo va alla rovescia! Quando si è piccoli ci insegnano a dire la verità, a difendere i più deboli ( bambini, diversamente abili, ecc), ma nel momento in cui noi mettiamo a frutto gli insegnamenti ricevuti, e non siamo più donne, uomini, lavoratori, ricchi, poveri, non facciamo più il nostro interesse, ma quello degli altri....ecco che tutto ci si ritorce contro.
Chi dovrebbe intervenire ci sanziona ingiustamente, chi dovrebbe essere punito viene protetto perchè?
Cosa sta succedendo al mondo, alle persone che lo popolano?
Non c'è un limite? Il limite, il guardarsi allo specchio al mattino, l'abbracciare,  per chi li ha, i propri figli e non pensare a tutto il male che si sta facendo, per soldi ed interessi ai loro coetanei?
Lacio a voi la possibilità di rispondermi, io, mi dimetto come diceva M.Masini " mi dimetto da falso poeta, questa vita fa tutto da se ..."
Allora mi torna in mente un dialogo avuto tempo addietro con la mia amica Manuela ed il mio amico Marco...ricordo le loro parole, dicevano cinicamente che chi combatte per difendere i più deboli poi viene "menato"... io rispondo a loro, che non ho paura delle minacce, io faccio i fatti, e fino a che lotterò per difendere i più deboli, sarò degna di essere chiamata persona!

Quelli che ben pensano.....??!!!!

Oggi non parlo di strane teorie psicologiche e non cito autori dai nomi difficili, cerco solo di rispondere alla domanda che spesso mi viene posta e mi pongo.
Ultimamente, sia sul posto di lavoro che fuori mi sono trovata a contatto con alcuni elementi poco sani, persone che non si comportano male per difendersi, ma solo perchè , sono giunta alla considerazione che sono cattive!
Forse frustrate perchè la loro vita affettiva è un mix di bugie, persone che nascondono dei disturbi alimentari o che vanno...cito la canzone "... vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv!", e proprio in questa canzone famosa riconosco alcuni di questi personaggi  che di sicuro stanno leggendo il  mio blog, perchè sono invidiosi  e timorosi  di una persona come me, semplice  ma con  2 grandi armi.....la forza  e l'intelligenza, pecco un po' di narcisismo, ma quale psicologo non lo è!
Allora adesso scrivo a te, si, proprio a te che stai leggendo...., come vedi i tuoi mezzucci con me non attaccano, sono superiore  ti ho capita fin dall'inizio e mentre tu come un ragno tessevi la tua ragnatela convinta di avermi fregata....io ti ho detto e fatto cose solo per fartelo credere,  te lo ripeto "come mai  2 cervelli  non riescono a fregarne uno?"
Allora riprendo la canzone e ti dico che sei " terra terra come i missili cui assomigliano tiratissimi s'infarinano e poi si impastano su un albero....!"
Ora sicuramente leggendo ti arrabbierai e desidererai mangiare qualcosa, ma cosa? La tua anoressia non te lo permette, controllo, controllo ti ripeti, allora magari mangi un po'  di pane e peperoncino x aumentare il metabolismo, sicura che nessuno sappia...nessuno veda!
Mi fanno pena le persone così,  sono quelle che sono e saranno eterne infelici, vittime della loro ignoranza e cattiveria!
Allora se ti riconosci in queste parole...ho pena per te!
Voglio lasciare ai miei lettori un consiglio :
spesso nella vita ne incontrate di persone  come quelle della canzone " quelli che fanno i boss..., che si sentono meglio di voi, solo perchè si fanno mantenere dalla moglie o dal marito ricco!", quelli che " sono ciò che hanno...", bene, di sicuro li riconoscete subito. Si distinguono dagli altri perchè cercano di mostrare di essere più forti, più ricchi....ma sono solo più deboli e spaventati di voi, sono dei BULLI! A breve farò un post sul bullismo, vi anticipo solo che loro, " i grandi capi", sono solo bulli e sapete come si tiene testa ad un bullo....guardandolo negli occhi e restando fermi , il bullo cercherà di farvi paura, ma non può farcela, perchè tra i due il più debole è sempre quello che deve mostrare in continuazione di essere il più forte!

Ancora mobbing...

Le persone trascorrono gran parte delle loro giornate sul posto di lavoro, intrecciano relazioni sociali con colleghi e superiori.  Il lavoro ed il clima lavorativo esercitano una forte influenza dell'immagine di Sè, del  senso di dignità, identità ed appartenenza ad un gruppo.
Quando ci sia alza al mattino e si percorre la strada per andare sul luogo  di lavoro, è piacevole e stimolante il sapere di raggiungere un luogo sicuro, dove ci sono colleghi simpatici, un datore di lavoro democratico e dove ci si può realizzare attraverso  mansioni adeguate alle propria preparazione e capacità.
Per non usare il termine "mobbing" in modo inappropriato, sottolineo che  normalmente ci possono essere degli scontri, magari un po' sopra le righe con colleghi che la pensano in modo diverso da noi. Il conflitto è una costante dei luoghi di lavoro e se ben gestito è uno dei più potenti mezzi per la ricerca di soluzioni creative, che possono rafforzare una relazione professionale, favorire lo sviluppo delle proprie capacità ed abilità generando
 soddisfazione e benessere , mentre la degenerazione di un conflitto può innescare processi di mobbing. Per la definizione di mobbing e l'etimologia rimando all'articolo precedente, mentre qui evidenziamo che esistono due tipi di mobbing, quello verticale, dall'alto verso il basso, in cui le pressioni vengono esercitate da un superiore ai danni di un subordinato e quello orrizontale,  che si verifica tra due persone che occupano la stessa posizione lavorativa.
Vi sono tre parametri che aiutano la definizione di mobbing:
- frequenza = in cui la cadenza delle azioni ostili deve essere di alcune volte al mese
- durata = minimo di  sei mesi
- intento persecutorio = chiara aggressività dell'aggressore verso la vittima
Entriamo nel particolare di una situazione di mobbing, in cui vi è il mobber / aggressore ed il mobbizzato / vittima. A questi episodi ripetuti possono partecipare con diversi ruoli anche tre tipi di persone:
side- mobber= partecipano attivamente al mobbing alleandosi con il mobber ed aiutandolo a distruggere la vittima, pur non essendo gli avversari diretti.
indifferenti = non si schierano, ma favoriscono il processo di mobbing con la loro indifferenza
oppositori = coloro che si alleano con la vittima e cercano di bloccare il processo

Mobbing: definizione ed etimologia

Prendo da Wikipedia la definizione di mobbing, per permettere una chiara comprensione di questo fenomeno, che viene spesso ignorato, e che, se anche è molto difficile da dimostrare è deleterio per la psiche ed il soma.
"Mobbing : nell'accezione più comune in Italia, un insieme di comportamenti violenti(abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, etc.) perpetrati da parte di uno o più individui nei confronti di un altro individuo, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso. I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza."
ETIMOLOGIA:  agli inizi degli anni '70, l'etologo Konrad Lorenz utilizzò il termine "mobbing" per descrivere un particolare comportamento aggressivo messo in atto da individui della stessa specie con l'obbiettivo di escludere un membro dello stesso gruppo. In particolare in ornitologia, mobbing indica  il comportamento di gruppi di uccelli di piccola taglia nell'atto di respingere un rapace loro predatore.

Pet therapy nel particolare...

Il termine anglosassone "pet" si usa  come sostantivo per indicare  l'animale domestico, come aggettivo con il significato di "prediletto", come verbo che vuol dire "vezzeggiare", "coccolare", "viziare". Tutte queste parole richiamano sensazioni di piacere, dolcezza, e rispetto reciproco. Questi fattori hanno un'importanza determinante nella comunicazione  tra essere umano e animale.
La Pet Therapy è una pratica terapeutica che prevede l'impiego di animali (spesso di affezione ma non solo), come supporto per migliorare lo stato di salute di pazienti con problemi psico-fisici.
In genere abbiamo due campi d'applicazione denominati:
1)  Attività Assistite da Animali che operano per migliorare la qualità della vita nelle quali ambito rientrano le attività ludiche e ricreative.
2) Terapie Assistite da Animali indirizzate verso programmi specifici che mirano al superamento del disagio psichico e fisico.
Dal punto di vista psicologico, la presenza di un animale migliora la vita di una persona diminuendo il senso di solitudine e di depressione perché agisce come supporto sociale e  spinge alle attività (quotidiane) di cura, accudimento verso se stessi e verso il proprio animale. Inoltre molti studi hanno dimostrato che l'iterazione essere umano-animale poiché fonte piacevole e rilassante di contatto, sicurezza e tranquillità, può avere un effetto significativo  per ridurre lo stress, la pressione arteriosa e l'ansia.

  

Articolo su Pet therapy tratto dal settimanale "Chi"

Un Cucciolo come medicina   (tratto dal settimanale "CHI" nov. 1998)
Il recente convegno che si è svolto a Mestre ha ribadito l'aiuto che i cani possono dare a persone affette da vari problemi.
Contro mal di testa e depressione può essere più utile fare le coccole al nostro cane piuttosto che imbottirsi di medicinali. È ormai un fatto certo che il nostro piccolo amico ci fa vivere meglio e più a lungo, e per questo la Pet Therapy, cioè l'utilizzo degli animali d'affezione come aiuto terapeutico in molte malattie, acquista sempre più importanza e viene anche accettata negli ospedali. Gli studi hanno dimostrato che la compagnia del cane riduce il rischio di infarto. Accarezzando il proprio animale si abbassano infatti la pressione e i livelli di colesterolo. Sembra inoltre che il cane possa prevedere l'insorgere di un attacco epilettico, di un coma ipoglicemico, di una sincope e anche di una crisi schizofrenica. Recentemente si è svolto a Mestre un importante convegno sulla Pet Therapy voluto dall'Anffas (Associazione nazionale famiglie di fanciulli e adulti subnormali), durante il quale è emersa chiaramente l'influenza positiva del cane su persone con problemi psichici o disagi sociali. La sua presenza facilita la socializzazione dei bambini autistici, l'inserimento di quelli adottivi e il recupero dei tossicodipendenti, e inoltre cura anche la solitudine delle persone anziane.
Roberto Allegri

La Pet Therapy

Prima di parlare della pet therapy, vorrei porre l'attenzione su 5 principi fonamentali presentati nella  7° conferenza internazionale, (1995), Ginevra: "Animali, Salute e qualità della vita":
  1. Accettare il diritto universale non discriminatorio ad avere un animale domestico in tutti i luoghi e in tutte le circostanze, se I 'animale viene adeguatamente curato e non inficia i diritti dei non proprietari di animali.
  2. Prendere le misure più idonee per assicurare che l'ambiente umano sia pianificato e progettato in modo da tenere conto dei bisogni e delle caratteristiche degli animali da compagnia e dei loro proprietari.
  3. Incoraggiare la presenza regolamentata degli animali da compagnia nelle scuole e nei programmi scolastici. Convincere gli insegnanti e gli educatori dei benefici prodotti da questa presenza attraverso appropriati programmi di addestramento.
  4. Assicurare l'accesso regolamentato degli animali da compagnia negli ospedali, case di riposo e altri centri di cura per tutti coloro che, a qualsiasi età, hanno bisogno di questo tipo di contatto.
  5. Riconoscere ufficialmente quegli animali, quali validi interventi terapeutici,  che sono specificamente addestrati per aiutare le persone a superare limiti e disabilita; promuovere lo sviluppo di programmi per addestrare tali animali e assicurare che la conoscenza della loro capacità sia inclusa nell'insegnamento base delle professioni sanitarie e sociali. 
E' certo ormai che la presenza di un animale migliora da un punto di vista psicologico la vita dell’individuo, diminuendo la solitudine e la depressione, agendo da supporto sociale, dando un impulso alla cura di se stessi e diventando una fonte di attività quotidiane significative .
La "Pet Therapy" non è utile a risolvere tutte le malattie. Per una  corretta applicazione della terapia con gli animali ( questo il significato in Italiano) ,vengono coinvolti  tecnici competenti del comportamento umano e quelli del comportamento animale.
Quindi gli interventi seri di pet therapy vengono monitorati da una équipe  composta da  veterinari, psicologi, medici, educatori, e altro.
Grazie all'attività ludica, che generalmente risulta essere un qualcosa di piacevole, si aumenta il buon umore, si sviluppa la socializzazione e rinforza il fisico.
Anche gli animali, soprattutto se cuccioli, amano giocare molto e possono risultare degli ottimi compagni di gioco, là dove l’isolamento e la solitudine dominano, ( autismo e altre situazioni di isolamento).
"Gli animali possono diminuire l'ansia e predisporre una stimolazione dei sistema nervoso o, in altre parole, abbassare lo stress divenendo una fonte di contatto piacevole, una visione rilassante e una percezione di sicurezza e tranquillità." (Friedmann & Thomas, 1985, Katcher & Friedmann, 1980).

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